Tre sorelle al Nuovo Colosseo

1226728211.jpgTre sorelle                                                                                                                

di Anton Cechov
 
Fino al 5 ottobre
Colosseo Nuovo Teatro
regia di Paolo Zuccari
 

Il luogo di questa storia è una cittadina della provincia russa dove non accade nulla, se non il diradato succedersi di brigate militari. Militari da molto tempo ormai non impegnati più in nessuna guerra e unici portatori di cultura in un mondo forzatamente immobilizzato, ma allo stesso tempo profondamente inquieto nella bramosia di un cambiamento. Anno 1900. Uno di quei momenti della storia in cui l’accettazione fatale del presente si nutre del nichilismo relativistico, della rabbia, dell’autodenuncia inerte, e le energie si diramano in direzioni inutili o si rigirano su se stesse, incerte su dove andare e cosa fare. Possiamo dire, al di là di tutte le novità tecnologiche, un mondo non così dissimile dal nostro. Di lì a poco, anche se i militari salottieri che dissertavano sul futuro ne percepivano forse appena il rumore, quel mondo sarebbe esploso nella rivoluzione più importante del secolo. Oggi non saprei che rivoluzione potrà mai avvenire, ma sicuramente, e a prescindere da questo, i nostri figli o nipoti, ma forse anche noi stessi tra non molto tempo, potremmo domandarci: perché  accettammo quel nostro presente indecoroso, quella nostra inerzia fatalista e compromettente? Comunque quello fu lo scenario, riverberante come un’eco, nel vuoto del quale si svilupparono le vicende comuni e mortalissime narrate dal dottor Čechov in “Tre sorelle”.

Anton Čechov come già forse molti sapranno era prima di tutto un dottore e il suo miracolo fu quello di riuscire a raccontare storie qualunque di persone qualunque, che lui stesso aveva realmente conosciuto, inserendole però in un tessuto realistico  di accadimenti quotidiani ma sempre emotivi, che nella semplice successione musicale do-fa, si trasformano imprevedibilmente in poesia. Gli umani sbattono come insetti impazziti in un’ampolla di vetro a cercare un loro spazio vitale. E fuori da quel vetro gli occhi scientifici e curiosi del dottor Čechov scrutano i movimenti del vivere, non soppresso o spento, ma sradicato dai suoi binari, quasi impazzito nel rincorrere la propria coda o deragliante verso mete disperate. Il loro stesso muoversi fisico disegna una radiografia dell’uomo inerte. Che non è appunto fermo, dal momento che l’uomo in quanto animale non può mai esserlo, ma dentro un movimento tragicamente inutile. Non sarà un caso se già nel 1901, alla prima edizione dell’opera, Stanislavsky e Dancenko che curarono la regia dell’opera, dovettero individuare  1600 e più azioni per raccontare quell’uomo. Come se il suo muoversi, più del suo parlare, potesse restituirci meglio i suoi percorsi interni. Vite raccontabili solo grazie al loro dipanarsi fisico. Tre sorelle senza più padre né madre, da 11 anni sradicate dalla loro Mosca nella speranza e nel sogno di tornarci, si dibattano nel vetro di quest’ampolla e ridono, piangono, dormono, s’innamorano, cantano, e si interrogano sul senso ultimo della vita. Quei personaggi non sono quegli automi che un immaginario comune ci suggerirebbe, anzi, bramano come pochi altri la vita, la urlano, la fantasticano, pur sapendo tragicamente che essa è altrove. Si sogna, si spera, si fantastica su un futuro possibile, ci si tradisce così come si muore al duello per una ragazza disperata. Si passa il tempo a leggere un giornale, o a studiare inutilmente; si citano operette francesi, o s’intona il Puskin messo in musica da Glinka o da Tchaikovsky. Ogni cosa è musica, sonora e visiva. Quello che innerva tutta l’opera è proprio quella musica, suonata inconsapevolmente, e coreografata naturalmente.  Il nostro punto di vista è stato: ma quale “musica” ascoltavano il dottore e i suoi contemporanei nel 1900? Quali erano la loro matrice linguistica, il loro codice comunicativo primario,  la loro esperienza delle variazioni del tempo? Noi, nel 2008, che musica ascoltiamo? E che musica ascolta il nostro pubblico? E’ un codice primario da condividere, così come loro lo condivisero. Nulla più della musica, del resto,  ci fa capire come e quanto si siano evoluti i nostri parametri percettivi del reale.  Ed è per questo che le nostre “tre sorelle” sarà un “tre sorelle” dal timbro musicale contemporaneo. Quello stesso recepito e condiviso col pubblico nelle esperienze sonore di tutti i giorni. Ed è la musica che, per l’universalità di linguaggio che già in sè suppone, diviene  “ponte” di un messaggio esistenziale e teatrale, superando ogni confine sociologico e di pensiero, e fulminante nel raggiungerci allo stomaco, nel riso o nel pianto.
 
Colosseo Nuovo Teatro  
www.e-theatre.it
Via Capo d’Africa 29/a – Roma   
06-7004932
Tre sorelle al Nuovo Colosseoultima modifica: 2008-10-01T09:00:00+00:00da liviabi
Reposta per primo quest’articolo